La donna era conosciuta in città per essere stata "l'amica" (come pudicamente si diceva allora) di Dante Raffaele Bordignon, un ufficiale delle Brigate Nere sfuggito alla cattura dei partigiani dopo la Liberazione. Maritata Di Prampero, ma separata di fatto, Gilda lo aveva conosciuto durante la Repubblica Sociale e ne era diventata l'amante, pur sapendo che lui, per raggiungere al nord Mussolini e i gerarchi aveva lasciato a roma la moglie e il figlio ventenne.
La cronaca del "Corriere Veneto" (quotidiano d'informazione del Psychological Warfare Branch, uscito per qualche mese in sostituzione de "Il Gazzettino") definiva il Bordignon uno "squadrista attualmente ricercato dalla polizia per l'attività da lui svolta sino al 27 aprile u. s. contro gli antifascisti.".
La trenta settenne signora Gilda di certo conosceva il nascondiglio dell'amante fuggiasco, scomparso praticamente nel nulla. Lei non lo aveva seguito nella clandestinità; sembrava tranquilla, forse inconsapevole dei rischi che poteva correre in un momento come quello: di caccia aperta ai collaborazionisti dei tedeschi e agli esponenti del caduto regime. E mai avrebbe immaginato che sarebbero venuti a cercare proprio lei nella sua casa.
Davanti a quei cinque uomini armati e mascherati che irruppero nell'appartamento, la donna urlò con quanto fiato aveva in gola, tanto da far accorrere, svegliandola, la sua ospite: Maria Violato, una diciottenne arrivata la sera stessa da Montegrotto. Pallidissima e terrorizzata, la Cesana tentò di fronteggiare il gruppetto che le puntava contro le pistole; mentre, allarmato dal grido straziante, accorse anche lo zio della ragazza, il cameriere Gino Bondi, che abitava con la moglie al piano di sotto. Una disgraziata coincidenza: era stato lui a chiedere alla Cesana se poteva alloggiare per una notte sua nipote, venuta a passare qualche giorno in città. Intuito in quale pericolosa situazione si trovava involontariamente, con notevole sangue freddo dichiarò agli sconosciuti che la ragazza non c'entrava niente con la donna.
I mascherati sembrarono convinti; zio e nipote annuirono quando vennero in maniera perentoria invitati a starsene zitti poi, presisi per mano, scesero e si barricarono in casa. Dietro l'uscio Bondi cercava di afferrare qualche parola del concitato colloquio tra la Cesana e i suoi aggressori. Riuscì solo a capire che dalla donna volevano sapere dove si nascondesse il Bordignon, ma lei insisteva a dire che non lo sapeva (o, coraggiosa e fedele, non voleva tradire). Implacabili, i cinque continuavano a minacciarla, finché, ad un tratto la ripetitiva frase di lei "non so nulla, lo giuro!" si tramutò in urlo straziante. Le squarciarono la gola con tre coltellate, quasi senza incontrare resistenza, e fuggirono di corsa.
Qualche secondo dopo i coniugi Bondi si precipitarono fuori dall'appartamento gridando "Gilda! Gilda!", ma senza ottenere alcuna risposta; allora, pensando al peggio, decisero di salire di sopra, assieme al figlio ventenne. Davanti ai loro occhi una scena raggelante: la disgraziata esanime sul pavimento del salotto, il sangue che le usciva ancora a fiotti dalla gola, gli occhi sbarrati.
Senza perdere tempo il giovane corse in Campo San Provolo ad avvisare il cognato della donna uccisa, mentre il padre si recò difilato in questura. Giunsero nell'appartamento gli agenti di polizia ed un medico, ma per la signora Cesana ormai più nulla si poteva fare.
Nessuno all'epoca mise in collegamento questo barbaro assassinio con quello analogo della professoressa Laura Furlanetto, avvenuto poco più di un anno prima, durante gli ultimi sussulti della Repubblica di Mussolini. Eppure alcune coincidenze, come l'arma usata per il delitto, avrebbero dovuto apparire inquietanti.
Le prime indagini tendevano a escludere la matrice politica dell'omicidio, propendendo piuttosto per l'ipotesi della rapina sfumata (...). Un mese più tardi, gli inquirenti imboccarono la pista giusta quando per un'altra rapina, questa volta in campo San Polo, venne arrestato, assieme ad altri sospetti, un certo Romano Potz: un calzolaio ventisettenne che, subito dopo la Liberazione, era entrato come capo plotone nelle squadre di polizia civile formate da ex-partigiani, denominate T.O.P. (Tutela Ordine Pubblico), sciolte proprio allora, una settimana prima del delitto Cesana.
Carlo Campaiola, complice nel furto, interrogato dalla polizia rivelò che una sera il POtz - ubriaco fradicio - gli aveva confidato d'aver ucciso a coltellate, assieme a quelli della sua squadra, la povera Cesana. E le stesse confidenze le aveva fatte anche a una coppia di amici di Cannaregio, illustrando il delitto con dovizia di particolari. A Roma, nel frattempo, verso la metà dicembre 1945 venivano arrestati la moglie e il figlio del "noto fascista repubblichino" Bordignon. Il giovane (di nome Gianfranco), anch'egli implicato in azioni di rastrellamento durante la guerra civile, non era sfuggito alla giustizia, nonostante si fosse fatto crescere barba e baffi nella vana speranza di non farsi riconoscere. Suo padre, invece (...) venne catturato solo a fine maggio 1946. (...).
Al processo per l'uccisione della Cesana, conclusosi il 4 novembre 1947, Romano Potz negò di aver partecipato al delitto. "E allora, perché le 'confidenze'?" gli chiese il presidente del Tribunale. La risposta pronta dell'imputato fu: "Per vanteria, e perché volevo allontanare da me certi amici, come il Campaiola, rivelandomi un tipo pericoloso." L'accusa, nella persona del P.M. dottor Grisolia, era invece convinta fosse lui il colpevole, e chiese, tenuto conto del vizio parziale di mente, sedici anni di reclusione. Il difensore, l'avvocato G. B. Gianquinto allora vice-sindaco di Venezia dichiarò trattarsi di un processo indiziario e invocò l'assoluzione con formula ampia, o perlomeno l'applicazione dell'amnistia per i reati politici entrata in vigore da poco [Nota dell'autore del blog: si vede che persino come avvocato difensore non scommetteva poi tanto sull'innocenza dell'assistito....]. La Corte, invece, riconobbe il Potz colpevole di omicidio a scopo di rapina, escludendo, dunque la matrice politica. E, pur riconoscendogli la "partecipazione minima", il vizio parziale di mente, e alcune attenuanti generiche, lo condannò a sette anni di reclusione, cui seguì l'internamento in casa di cura. I quattro complici del Potz non furono mai individuati, anche se tante voci sulle loro presunte identità si rincorsero negli anni a venire.
Quanto a Bordignon, processato a Verona per "legittima suspicione" - a Venezia il dibattimento avrebbe creato disordini - fu invece assolto.
L'unica a pagare - forse per aver riconosciuto, malgrado le maschere, qualcuno dei suoi aguzzini - fu Gilda Cesana, prima vittima di quel crudele dopoguerra. Colpevole, lei, ebrea, di aver amato un fascista più della sua stessa vita.
Tratto integralmente da
C. Dell'Orso, Nero Veneziano. Crimini ed efferatezze in 21 casi di nota.
ed. Elzeviro, Treviso 2006.
C. Dell'Orso, Nero Veneziano. Crimini ed efferatezze in 21 casi di nota.
ed. Elzeviro, Treviso 2006.
non servono commenti.
cinque uomini armati di pistola per sgozzare una donna sola in casa.
oggi è la loro festa.
oggi è la vostra festa.
godetevela.



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